Sogni violenti

di Claudio Cozza | Lascia un commento | Condividi: add to facebookadd to twitter

Seduto sul divano di casa, bicchiere di birra nella mano destra, con accanto il suo amico Phil, Narciso Moloch vedeva per l’ennesima volta un vecchio film a episodi. Nel primo episodio, la protagonista stava pronunciando una frase che Narciso Moloch non poteva eliminare dalla propria testa: “le parole, anche scritte, fanno bene; una donna le aspetta, le aspetta sempre”.

- Sai, Phil, quando sto accanto a una donna, su di un letto, su di un divano… questo divano… mi sembra di voler mantenere quell’attimo per l’eternità.

- Beh, è normale, no?

- Sì, però… poi tempo dieci minuti che lei è uscita di casa, o che sono uscito io dalla sua, dalle loro, e già la sensazione svanisce e mi riproietto nella mia, di vita.

- Uh, che ragazzaccio.

Quando Phil rideva, a volte in maniera un po’ sguaiata, non aveva mai un’espressione canzonatoria. Faceva solo notare a Narciso Moloch le sue incongruenze. E funzionava meglio con le risate che con i discorsi seriosi. Perché Phil sapeva che, quando si entrava nella serietà, Narciso Moloch riconosceva il proprio campo di gioco e non vi faceva vincere nessuno. Sicuramente nessun uomo.

- Sei più ragazzaccio di Tommy.

Tommy era un collega di Phil che Narciso Moloch aveva conosciuto da qualche mese.

- Tommy è meno spensierato di quello che sembra.

- E tu meno serio.

Altra risata gentile di Phil.

- Meno serio e più spensierato di quello che vuoi pretendere, caro mio!

- Io sono spensierato solo negli spazi vuoti tra i miei pensieri.

- Che frase! E’ tua o l’hai rubata a qualche donna?

Narciso Moloch si alzò. La birra nel bicchiere era finita e anche nella bottiglia aperta e poggiata sul tavolino di legno e vetro di fronte ai due.

- Altra chiara? O vogliamo salire di livello?

- Ti chiederei un mojito ma temo che tu ci metta le foglie della pianta lì all’angolo…

- E’ finta.

- Appunto. Però sarebbe un gran bel mojito finto.

- Vada per una rossa belga.

- Si può fare.

Sguardo fra i due. Nessuno aveva voglia di continuare con i doppi sensi. Il film continuava in sottofondo.

Sullo stesso divano, con un altro film in sottofondo, due giorni prima Narciso Moloch si trovava con una donna. Mentre la baciava sul collo, sulla fronte, sui capelli, Narciso Moloch pensava. Pensava: finché hai qualcosa da dire, dillo! Costi quel che costi! Sapeva che il costo sarebbe stato un’altra perdita ma, dal suo punto di vista, non era che l’ennesimo marchio a fuoco con cui teneva – e, nella sua immaginazione, avrebbe tenuto per sempre – quell’altra persona.

Mentre le sfilava il vestito facendole alzare le braccia, quello stesso vestito chiaro attraverso il quale aveva ammirato il suo seno piccolo ma dai grossi capezzoli, Narciso Moloch pensava a come fosse lui stesso un violento. Mentre le sfilava molto delicatamente le mutande semplici – troppo semplici – e bianche, Narciso Moloch pensava a come lui tenesse la violenza nei propri pensieri e nelle proprie parole… e nei sogni. Quei sogni violenti, irrealizzabili, attraverso il cui dolore veniva la consapevolezza.

Invece di prendersi tutto il proprio piacere, le chiese a bassa voce di poterla leccare.

Due giorni dopo, a Phil raccontava:

- Sì, è persa. Lo so. Ma ci ritroveremo al limite.

Canticchiò: “We’ll meet on edges, soon, said I”.

- Ma perché non vivi con un po’ più di serenità?

- Serenità? Abbiamo diritto alla serenità, Phil? E che doveri abbiamo?

- Quanti anni fa sei morto, tu? Ancora aggrappato a questi vecchi tormenti da

adolescenti che non ti fanno cambiare!

- Sono proprio questi tormenti che mi fanno cambiare! Se mi mettessi tranquillo, non avrei più energia per fare tutto quello che sto facendo.

- No, avresti energia per vivere meglio il tuo presente. E daresti comunque qualcosa: alle persone che ti troveresti, per pura casualità, intorno.

- Quindi non decidiamo nulla, noi! Fa tutto il destino…

Allora a Narciso Moloch tornò in mente un altro divano, un altro sogno. Ancora più violento. Una casa vicina al mare. E lei che, senza chiederlo, gli chiedeva di fermarsi. Gli chiedeva di accettare di avercelo lì accanto, il mare, ma senza la tentazione di partire ancora.

- Ferma qualcosa, della tua vita.

- Mi stai chiedendo di restare qui?

- No. Non lo so. Mi piace che tu sia un uomo che propone una vita aperta, che non mi lascia appigli. Che non mi chiede di passare dalla vita di coppia che ho adesso a quella che potrei avere con te. Ma è difficile: sono una donna e ho bisogno di appigli reali, materiali.

- Ma la mia vita vera inizia solo quando la mia vita reale finisce. Non ho nessuna vita reale da offrirti. La mia vita vera è nei miei pensieri sul passato.

Guardarono entrambi dal divano come il mare si stendesse, quasi un telo, fuori dalla finestra. Narciso Moloch sentiva il vuoto dentro. Lei, come donna, abituata alla perdita, a sentire il vuoto a cadenza regolare, lo percepì subito in lui. E dovette fare lo sforzo di staccarsi, di andare a cercare la propria serenità in un pieno materiale. Abituata alla perdita, seppe che quel vuoto era ciò che in quel momento doveva perdere, pur avendolo amato. Perciò cercò di superarlo, pensando a come sarebbe tornata dal suo uomo, ricostruendo piano piano la propria vita reale.

- Tu sei del mare, Narciso.

- Io non sono del mare. Io non sono tuo, non sono di nessuno. Sono del vuoto.

 

Conil de la Frontera, Sevilla, Valencia – giugno 2010