Nel silenzio della notte, all’improvviso, Mark si svegliò preso dal panico. Tremava, sudava, aveva la sensazione come se il cuore non gli battesse più. Si sentì il polso a lungo, appoggiò la mano contro il petto cercando il cuore dappertutto, ma il cuore sembrava scomparso. Che cosa gli stava accadendo?
Rivide quell’incubo terribile che aveva appena finito di sognare, quel grattacielo che gli crollava addosso colpito in pieno da un aereo di terroristi, proprio come l’undici settembre, mentre lui e Michelle cercavano di scappare inutilmente tra la gente impazzita dal terrore, in mezzo a un fumo e a una polvere soffocanti. Forse era normale non sentire più il cuore dopo un sogno del genere!
Tirò un profondo respiro e si cominciò a sentir meglio.
Del resto il corpo sembrava rispondere bene ai comandi della testa: le mani, i piedi, tutto funzionava perfettamente. Che importanza ha se non si sente il cuore… Si vede che un grosso spavento fa scomparire il battito del cuore, pensò rassicurato.
Accese la luce e chiamò piano Michelle, la moglie, che gli dormiva accanto, in un letto separato ma distante non più di una ventina di centimetri dal suo. Michelle non rispondeva e lui chiamò più volte, ogni volta più forte, finché si voltò e si accorse che Michelle non c’era. Il letto era fatto, tra l’altro, come se nessuno ci avesse mai dormito.
Eppure si ricordava benissimo, la sera prima, Michelle che leggeva, come al solito suo prima d’addormentarsi, che spegneva la luce dopo poche pagine di lettura. Si ricordava benissimo il suo russare leggero, quello che da sempre gli conciliava il sonno e faceva addormentare anche lui, delicato come il rumore del mare dentro una conchiglia. A Michelle quel paragone piaceva tanto!
Dove poteva essere andata? Quel rifare il letto poi… fosse uscita di fretta non l’avrebbe rifatto… no, non era da lei! Forse la madre si era sentita male e l’aveva chiamata al telefono… No! No! Lo avrebbe sicuramente svegliato, prima di uscire… avrebbe lasciato un biglietto, perlomeno…
Si alzò, infilò le pantofole e accese tutte le luci della stanza, guardando attentamente dappertutto nel caso vedesse un qualche biglietto, una nota, qualcosa, poi andò velocemente in bagno a farsi una lunga pisciata. Di sotto, in cucina, il gatto dormiva acciambellato sulla lavastoviglie. Dalla finestra si vedeva la strada deserta. Mentre il caffè gorgogliava nella macchinetta esaminò le poche macchine posteggiate, a destra e a sinistra, ma la macchina di Michelle non c’era.
Questo non voleva dire niente, perché la sera prima poteva averla posteggiata dietro l’angolo… però c’erano tanti posti liberi… molto strano! Erano solo le due di notte ma come un enorme bagliore d’alba arrossava il cielo tutt’attorno alla foresta di Catskill. Un incendio con questo tempo?!… Senza esattamente volerlo accese la televisione. Immagini spaventose riempirono subito lo schermo. Immagini senza commento, come riprese per caso dalla videocamera di un giornalista che all’improvviso la avesse dovuta abbandonare per strada.
C’era tanto fumo e tanta polvere, proprio come nel sogno… Qua però non si vedevano persone che correvano prese dal panico… dentro queste immagini non c’era niente di vivo!
Cambiò canale, girò tutti i canali…o ripetevano le stesse immagini o addirittura lo schermo era vuoto, senza nemmeno musica… niente! Corse al telefono e telefonò al triplo zero: il numero della polizia, dei pompieri, delle autoambulanze. Era costantemente occupato. Telefonò alla NRMA, il numero del carro attrezzi, a Marta, l’amica del cuore di Michelle, alla casa di riposo dove stava la madre. Telefonò a tutti i numeri della sua agenda ma nessuno rispondeva.
Quando tornò in cucina scoprì che il gatto sulla lavastoviglie non dormiva, era morto. Scappò fuori come si trovava, in pigiama e pantofole, e andò a suonare alla porta dei vicini. Più volte, dappertutto, freneticamente. Niente, da nessuna parte. Come potevano essere scomparsi tutti, cosi d’un tratto…svaniti tutti nel nulla! Attanagliata in una morsa d’ansia e di paura la sua mente era tuttavia sveglia e tesa come la pelle d’un tamburo.
Salì in macchina e cominciò a girare per il quartiere deserto. Da Bell Street voltò in Mansfield Street e prese la direzione del Centennial Park.
S’arresto’ davanti a una montagna di alberi caduti. Tornò indietro, cercò di infilarsi nell’Express Way, ma la piccola strada di collegamento era intasata da migliaia di macchine abbandonate. Non era possibile proseguire per quella direzione.
Velocemente pensò a tutte le possibili vie di uscita. Il suo era un quartiere residenziale tranquillo, isolato…Proprio per questo motivo l’avevano scelto, per abitarci, lui e Michelle.
Era come stare in campagna e in città, nello stesso tempo…
”Siamo intrappolati nel verde” aveva commentato lui di recente, non sapeva quanto profeticamente! “C’è una sola possibilità ” pensò “quella stradina a tornanti, dentro il Parco, che sale fino in cima alla collina… dall’altra parte c’è il vialetto che scende e s’immette nella Bridge Road!”
Cosi cominciò a guidare come un pazzo, dentro il parco deserto, su per i tornanti stretti di Clifton Hill, raschiando malamente la carrozzeria contro le siepi di bosso, la radio della macchina sempre accesa a fischiare un suo agghiacciante e incomprensibile messaggio… un po’ come il rantolo di un moribondo gli venne più volte di pensare.
Dall’alto della collina comunque Mark finalmente riusci a vedere la città. Era distesa nella notte, come al solito, luminosissimo presepe d’acciaio e di cristallo. Vuota però sembrava e silenziosa, senza traffico e senza vita, sovrastata anch’essa dallo stesso innaturale rossore che copriva ormai tutto il cielo. Si stava forse recitando davanti a lui lo spettacolo straordinario dell’apocalisse?!
Si vedeva anche l’Anzac Bridge, da lassù. Non valeva la pena continuare con la macchina. Il ponte era inagibile, intasato di veicoli. File interminabili di automobili, autobus, furgoni…un fiume di lamiera sostava immobile sopra l’acqua scintillante di Port Jackson. Mark decise di proseguire a piedi. Sentiva anche freddo, in quel pigiama leggero di flanella, per cui cominciò a correre per riscaldarsi, finché non raggiunse Bridge Road.
Una desolante processione di macchine abbandonate…un silenzio opprimente, dappertutto. Dov’erano andati a finire i tre milioni e passa di abitanti della città!? E dov’era sparita Michelle, anche lei?! Perché era rimasto solo lui?!
Arrivò a Town Hall che l’alba vera era ormai prossima. Una luce bianca, livida, spettrale, si stava infatti piano piano spalmando sopra il cielo rosso creando come una specie di gigantesco toast insipido e maligno. Mai Mark avrebbe potuto immaginare quale stupefacente colazione gli stava apparecchiando il destino! Il grande ufficio postale di Gordon Place era aperto. Mark entrò. Nessuno dietro gli sportelli, nessuno nel grande atrio normalmente pieno di gente, nessuno per le grandi rampe di scale che salivano tondeggiando al primo piano come due chele di granchio.
Uscì dalla parte di Jefferson Street e camminò per la Mall completamente deserta. Anche i grandi magazzini Jones erano aperti e li attraversò, in diagonale, fino alla uscita di fronte al McArthur Building. Sulla torre della Cattedrale di Saint Andrew l’orologio era fermo alle 10.55. “Le dieci e cinquantacinque di quando? Di ieri sera?” Pensò Mark “Forse e’ successo tutto a quell’ora… forse nello stesso istante in cui mi addormentavo… forse ho chiuso gli occhi mentre tutti gli altri svanivano!”
Per tutta la mattina girò in lungo e in largo la città, camminando lentamente, esplorandola tutta, smangiucchiando qualcosa nei caffè di Broadway, tutti ottimamente riforniti, bevendo birra nei pubs di George Street, fumando le sigarette dei 24 hours shops… i negozi erano tutti aperti, gli uffici pure, le banche, la qualsiasi, ma da nessuna parte si riusciva a trovare il minimo segno di vita. Nel pomeriggio Mark s’avviò finalmente verso il suo quartiere e rientrò a casa, come rassegnato a una specie di destino da Robinson moderno, rimasto solo nell’isola della abbondanza, padrone di ogni bene ma schiavo di tutte le paure.
Per prima cosa seppellì con cura il gatto, nel giardino, poi si sedette al computer e cominciò a mandare emails a tutti gli indirizzi dei siti internet, in giro per il mondo…
Scriveva più o meno cosi: “Sono vivo!…Se qualcun altro è vivo, mi risponda per piacere!”… scriveva in inglese, in francese, in spagnolo, in italiano… quelle le lingue che più o meno conosceva…
“Per piacere” continuava a ripetere “Mi chiamo Mark Robinson, scrivo da Sunshine City, Australia, dopo la catastrofe… qualcuno mi risponda per piacere!”
La televisione, purtroppo, non trasmetteva più nulla, nemmeno le immagini terrificanti della mattina. Internet invece funzionava ancora, miracolosamente… chissà per quanto tempo sarebbe durato… Più volte Mark controllò la sua posta elettronica, quella sera…non ricevette nulla. Verso le nove mangiò del pane, del formaggio e delle olive, più un bicchiere di vino. Prima di mettersi a letto cominciò a urlare e a piangere come un bambino.
”Michelle!” chiamava forte “Michelle!”
Aiuto! Aiuto! Gridò parecchie volte. Gli faceva impressione ma gli dava anche coraggio sentire la propria voce: una voce umana finalmente. La prima in 24 ore. Appena toccate le lenzuola piombò subito in un sonno pesante e senza sogni, e cosi terminò la prima giornata della sua eterna solitudine.
Giovanni Rabito
