Editoriale di VUOTO A RENDERLO

di Mario Mastrocecco | Lascia un commento | Condividi: add to facebookadd to twitter

Il vuoto, come il silenzio e altri simili concetti, induce interessanti riflessioni. Guardando, ad esempio, alla loro riconducibilità al novero dei concetti astratti o di quelli concreti: non può esservi dubbio, mi pare, sul fatto che il vuoto sia una cosa percepibile con i sensi, con il tatto in particolare e con la vista. Uno spazio vuoto, un contenitore vuoto ecc.. Il termine è impiegato anche in senso metaforico, per definire stati, sentimenti e situazioni (vuoto di senso, testa vuota, vuoto spirituale ecc.). Ma riferito alle cose percettibili nel mondo sensibile, il concetto di vuoto mantiene una indubbia natura ibrida, tra il concreto e l'astratto. Noi possiamo solo vedere o toccare un contenitore vuoto, metterci il dito dentro e dire che è appunto vuoto. Non potremmo rilevarlo senza i sensi, nè averne il concetto, allo stesso modo in cui un sordo non può avere il concetto di silenzio se non, forse, come metafora appresa dal racconto altrui. E così colui che fosse privo del senso del gusto non potrebbe affermare che l'acqua è insapore, poiché per lui avrebbe il medesimo sapore di tutte le altre sostanze, ovvero nessun sapore.

Senza la primaria percezione sensoriale dell'elemento concreto del vuoto è impossibile pervenire alla definizione del vuoto stesso, ovvero di ciò che non è "pieno" ovvero ciò a cui manca qualcosa che lo riempia.

Noi non tocchiamo il vuoto né vediamo il vuoto, ma la nostra mente ne elabora il concetto in relazione alla mancanza di qualcosa. Esso è quindi un'astrazione, seppure immediata, ma allo stesso tempo un dato sensibile. Diversamente da altri concetti astratti, come l'amore, il diritto, il desiderio, il bello ecc. esso partecipa, contemporaneamente dell'astratto e del concreto e ne è, in qualche modo, un punto di contatto, un confine.

Possiamo anche osservare che non esiste, in natura, il vuoto assoluto, ma che esso è solo un'estremizzazione del concetto astratto che noi ricaviamo dalla concreta mancanza di qualcosa. Se gli astrofisici dicono che in ogni dove, nell'universo, esiste qualche particella elementare, i primi filosofi insegnavano che l'assoluta mancanza di qualsiasi elemento, anche solo all'interno di uno spazio limitato, sarebbe di per sé impredicabile, trattandosi di definire il nulla e, in ogni caso, resterebbe sempre il problema che questo nulla, racchiuso in uno spazio, non sarebbe proprio un nulla, bensì uno spazio tra due cose.

Ed ecco il punto: il vuoto non è "non essere" bensì mancanza, carenza, sottrazione di qualcosa che c'era o avrebbe dovuto o potuto esserci e non c'è. Non è possibile pensare il vuoto diversamente da questo. Così come il silenzio, non è che mancanza di determinati suoni o rumori. La maestra che entra in classe nel baccano degli scolari grida "State silenzio!" (maestra meridionale). Subito tutti tacciono e si siedono composti e la maestra pensa "che bel silenzio, finalmente". E tuttavia non vi è affatto mancanza assoluta di rumore, perché, quanto meno, ci sarà il respiro dei presenti, il ronzare di una mosca, probabilmente rumori dal corridoio o frastuono dalla strada. Tutti questi suoni non interferiscono con il concetto di silenzio che in quel momento è ben presente alla mente degli alunni e dell'insegnante o di chiunque assista alla scena.

Possiamo dunque concludere che il vuoto è concetto al contempo astratto, concreto ed assolutamente relativo. Esso non è concepibile se non in indissolubile collegamento con il concetto di ciò che manca, che non c'è, per cui non è forse azzardato affermare che si tratta di un'assenza che impone di definire l'essenza. Assenza, cioè mancanza di un qualcosa che dovrebbe esserci e di cui, quindi, predichiamo la non esistenza nel concreto tenendo presente l'essenza, in astratto. Quando diciamo che il portafogli è vuoto, non predichiamo l'assenza di una moneta in particolare, ma del denaro, in astratto.

Quando sentiamo che qualcuno ci manca, però, ci riferiamo ad una persona concreta, o almeno così ci sembra. Bisogna fare attenzione: non tutte le mancanze determinano il vuoto.

Dal punto di vista sentimentale o esistenziale, la sensazione del vuoto non è determinata dalla semplice assenza della persona amata, bensì dalla carenza generale di qualcosa che tramite questa persona si genera nel nostro animo e che conosciamo per averne già sperimentato la presenza (e l'assenza) in relazione ad altre persone, ad altre cose, ad altri posti ecc. Vuoto è il senso determinato dalla mancanza di qualcosa di molto importante, al punto che la sua presenza ci fa sentire "pieni", cioè realizza una funzione tale che in essa l'intera nostra persona si sente compiuta o, quanto meno, sente che le proprie azioni acquistano significato.

Questo senso di vuoto impone quindi di individuare l'essenza di ciò che manca, essenza inevitabilmente astratta, anche se inevitabilmente concreto sarà ciò che riempie il vuoto.

A questo punto, possiamo aggiungere un'ulteriore riflessione, riguardo alla natura del vuoto: l'importanza del "contenitore". Come si è detto, il concetto di vuoto è necessariamente relativo, quindi è sempre qualcosa ad essere vuota e, soprattutto, ad essere vuota di qualcosa. Ad esempio, quando noi diciamo che una lattina di birra è vuota, intendiamo dire che in essa non c'è la birra, non che al suo interno vi sia il nulla. Infatti sappiamo che c'è l'aria, ma potrebbero anche esserci cicche spente di sigaretta o una mosca o altro. E se ci pensiamo bene, non c'è assolutamente nessuna differenza tra lo spazio che c'è fuori dalla lattina e quello che c'è dentro, ma solo del secondo noi diciamo che è vuoto, perché è all'interno della lattina e non è birra. Anche questa riflessione è utile in senso metaforico, o, per meglio dire, permette di ricalibrare il significato di certe metafore.

Per esempio, quando diciamo che una persona è vuota, non intendiamo certo dire che in essa non vi sia nulla né che essa sia completamente incapace di pensiero o sentimento, bensì piuttosto che in essa manca qualcosa di importante in cui noi identifichiamo l'essenza stessa dell'essere "persona", qualcosa di cui noi, osservatori e giudici, riteniamo assolutamente indispensabile la presenza per poter dire che una vita è degna di essere vissuta.

E così anche, salendo arditamente sul piano metaforico, quando diciamo o ci sentiamo dire che viviamo nel vuoto ideologico, nel vuoto di valori, in una politica vuota. Certo questo vuoto, noi della nostra generazione, lo sentiamo tutti. Eppure stiamo attenti, quando ce lo diciamo e lo sentiamo dire, proviamo a ragionarci e a porci la domanda: cosa è vuoto e di cosa dovrebbe essere pieno?

Perché poi alla fine se si pensa ad un "vuoto" è un pieno che si ha in mente e se chiedessimo a chi parla di vuoto di spiegare di cosa effettivamente sente la mancanza, forse capiremmo che non stiamo parlando né dello stesso contenitore né dello stesso contenuto.

Forse alla fine, siamo tutti attratti dal pieno, dall'essenza, ma attenti a distinguere chi ne sente il bisogno e chi ne sente solo la nostalgia.

Definire l'essenza. Non è facile, forse non è nemmeno possibile, ma ci tocca, come uomini e donne viventi nel proprio tempo, sforzarci e forse perfino lasciarci andare a sentire il vuoto, per capire, per percorrere strade non battute, inventare nuovi contenitori per nuovi contenuti e perfino nuove unità di misura della profondità.

Quel che è certo è che non abbiamo bisogno di stare a guardare i bicchieri svuotati da altri, rimpiangendo i liquori magnifici e progressivi che in tempi mitici li hanno riempiti e di cui a noi non è rimasto che l'odore rancido.